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Il software libero e la condivisione della conoscenza

Il software libero e la condivisione della conoscenza

Comprereste un prodotto alimentare i cui ingredienti, la lavorazione e la provenienza fossero segreti? Su cui ci fosse cvaddirittura scritto che se provate a capire di cosa si tratta, verrete denunciati a piede libero?

Soprattutto: vorreste che le mense dei vostri figli a scuola fossero basate esclusivamente su questo tipo di prodotti alimentari?

E vi piacerebbe che in tutto il settore pubblico, un paio di grosse multinazionali avessero il 100% degli appalti – senza gara – e propinassero solo ed esclusivamente piatti con la clausola di non trasparenza?

 

Sembra assurdo, sembra addirittura un atto immaginativo del tutto surreale, eppure nel campo del software, questa è la realtà. Ogni volta che Microsoft o Apple ci vendono un apparecchio su cui sia stato installato il loro sistema operativo, occorre accettare un tipo di licenza che, tradotta dal legalese all’italiano può voler dire qualcosa di molto simile a “mi impegno a non sapere come funziona e cosa fa questo software di tutto quello che metto nel computer, accetto l’idea che questo prodotto non mi viene realmente venduto ma solo dato in una sorta di prestito indeterminato che la ditta può interrompere come vuole e quando vuole, mi impegno inoltre a essere cosciente del fatto che questo prodotto mi viene fatto usare solo se lo uso come vuole la ditta e che non posso assolutamente cercare di usarlo in altri modi, altrimenti posso incorrere in sanzioni penali anche gravi”.

Se pensate che questo genere di contratto viene fatto “firmare” a tutti coloro che usano del software commerciale, dall’iPhone al PC di casa con Windows, e che nei Comuni, nelle Province, persino sui banchi del Governo i nostri dati vengono gestiti da dispositivi i cui utilizzatori hanno tutti firmato una licenza del genere, non vi sembra che qualcosa nel mercato del software e della privacy sia andata molto, molto storta in questi ultimi anni?

 

Negli anni ’70 e all’inizio degli anni ’80, il software era tutto libero. Quando compravi un programma, difficilmente te lo davano già pronto su dischetto; ti davano una serie di istruzioni che poi inserivi nel computer. È come se invece del prodotto alimentare, al supermercato ti vendessero un foglio con gli ingredienti e le istruzioni per cucinare il piatto. Trasparenza totale.

Poi le cose cambiarono e, nel panorama di ignoranza assoluta nel campo dell’informatica da parte dei legislatori di tutto il mondo, una totale assenza di regole permise la corsa al brevetto: si cominciarono a brevettare insiemi di informazioni e si iniziò a nascondere “il codice”, ossia le “ricette” dei nostri programmi–pietanza.

 

In informatica conoscere il codice – la ricetta – è fondamentale per migliorarlo e adattarlo alle nostre esigenze. In generale la condivisione del sapere, della mera informazione tecnico scientifica, è il pilastro attorno a cui ruota tutta la scienza.

Immaginate se Pitagora avesse brevettato il suo teorema e avesse segretato la dimostrazione. Oggi solo per usare una terna pitagorica perché devo insegnare a scuola, o perché devo costruire un ponte, o perché faccio un disegno con triangoli rettangoli, dovrei pagare dei soldi agli eredi di Pitagora. Ogni povero studente alle prese con un problema di geometria dovrebbe essere sottoposto, oltre allo scorno di dover risolvere il problema, anche al pagamento della terna “4, 9, 25” agli eredi di Pitagora. Ma soprattutto: la geometria, le Università e tutto il sapere scientifico sarebbero fermi alla Grecia antica, non potendosi usare le informazioni relative al rapporto tra cateti e ipotenuse.

 

Nei primi anni ’80, quando nelle università americane cominciarono ad arrivare i primi dispositivi con “codice chiuso”, ossia pietanze con la ricetta segreta, ossia teoremi di Pitagora brevettati e segreti, gran parte dei tecnici e degli informatici capì immediatamente la gravità della situazione se essa avesse preso piede in futuro. Ma le prime lagnanze furono sopite sul nascere da grossi interessi commerciali. Ditte piuttosto danarose comprarono i migliori software dei più bravi informatici, coprendoli di soldi e brevettando i loro algoritmi. Continuando nel nostro parallelo gastronomico, è come se la ditta “MicroFood” fosse andata in giro in tutti i ristoranti del mondo a dar soldi agli chef in cambio del brevetto del piatto. “Io ti do tanti soldi, tu mi fai brevettare il tuo piatto e d’ora in poi lo si cucina solo se voglio io”.

In questa follia parossistica della corsa al brevetto si arrivarono a brevettare anche concetti di uso comune; si cercò addirittura di brevettare il concetto di “Finestra” (rettangolo che si apre sullo schermo), come se qualcuno cercasse di brevettare “la pizza”. Fortunatamente in molti casi non ci si riuscì ma successivamente Microsoft e altre ditte (soprattutto Apple) riuscirono a brevettare semplici concetti del genere, con un impatto devastante sulla diffusione e il progredire della conoscenza.

 

Nei primi anni ’80 solo una persona resistette eroicamente a questo andazzo: Richard M. Stallman, un geniale informatico del MIT che invece di arricchirsi cominciò a scrivere l’equivalente aperto dei programmi rilasciati con codice chiuso, non solo rifacendo in versione libera e trasparente tutti i software più comuni venduti come chiusi, ma anche anticipando il mercato scrivendo software nuovi utilissimi e aperti. Se continuiamo col nostro paragone, è come se il cuoco Stallman si fosse messo giorno e notte a cercare di rifare esattamente i piatti con ricetta segreta più comunemente venduti e ne avesse resa nota la propria versione di ricetta. “Non posso più fare la carbonara perché la ricetta è sparita? Bene, io ho trovato come si fa una cosa che è praticamente identica e questa è la mia ricetta. Miglioratela tutti!”

Stallman chiamò questo enorme progetto “GNU”. L’idea era quella di costruire un sistema completamente libero e trasparente, dalle fondamenta ai singoli piccoli software, compresi addirittura i giochi.

Lo ribadiamo: Stallman è un genio, considerato dagli studiosi probabilmente una delle menti più brillanti della storia dell’informatica, uno scienziato che ha rinunciato a trasformare la sua intelligenza in soldi e l’ha messa al servizio della scienza. Ma era solo, e il progetto GNU mancava ancora di un componente fondamentale, che si chiama “kernel”.

Il kernel in informatica è la base, il “nocciolo” del sistema, il componente che si occupa dei processi più noiosi e fondamentali in una macchina, la gestione basilare dei segnali fisici, la loro trasformazione in simboli e numeri, in pensieri e concetti. Scrivere un kernel minimo in realtà è semplice, è un compito che hanno tutti gli studenti di informatica quando affrontano l’esame di “Sistemi operativi”, ma scrivere un kernel efficace, sicuro, e soprattutto funzionale a tutta quella mole di lavoro “GNU” non era un compito che una singola persona potesse affrontare da sola in poco tempo. E in quei tempi avvenne il miracolo: uno studente, Linus Torvalds, scrisse un abbozzo di kernel funzionante, e rilasciò il codice sulle reti universitarie, scusandosi pure del fatto che probabilmente non era un gran che, e che richiedeva molte aggiunte e cambiamenti. In realtà quel kernel era perfetto: la comunità degli informatici ne capì immediatamente la potenza e in pochi giorni lo rese funzionante ed efficiente. Assomigliava esteriormente a Unix, un sistema operativo (chiuso) molto usato nelle università, e così lo chiamarono Linux in onore del suo creatore. Unito al resto, nel 1991 uscì la prima versione di un sistema completo e funzionante, totalmente libero e trasparente: GNU/Linux (che molti chiamano solo “Linux” ma questo fa molto arrabbiare Richard Stallman…), che si diffuse immediatamente in tutte le università del mondo, nonché in ogni ambito scientifico e di ricerca.

 

In quei tempi però la battaglia era appena cominciata, perché sorse un problema importantissimo: quello economico. Un problema dalle due facce: la prima, più meramente pragmatica, consisteva nel come far soldi con un software il cui codice viene distribuito liberamente, e il secondo riguardava un aspetto più squisitamente legale sul come difendersi dai plagi e dalle denunce dei detentori dei brevetti.

Fu ancora Stallman a dare una soluzione unica a entrambi i problemi: lavorando per anni con avvocati vari alla formulazione di un tipo di licenza che assicurasse i diritti di tutti. Le licenze si chiamano “GPL” e ce ne sono di tanti tipi a seconda di ciò che un informatico vuole fare del proprio software, sempre però assicurando che il codice possa essere letto da tutti. Purtroppo esula dagli scopi di questo articolo spiegare i dettagli di queste licenze e come esse siano riuscite negli anni a creare imperi economici molto remunerativi senza minare la libertà di accesso alla conoscenza, ma ci basti ritornare al nostro parallelo gastronomico per capire che i ristoranti di tutto il mondo hanno un fatturato complessivo molto maggiore di quello di ditte che coprono con brevetto le proprie ricette come per esempio la McDonalds. Se io faccio un hamburger nel mio ristorante, il fatto che la ricetta non sia segreta non mi impedisce di vendere il piatto ai miei clienti, e soprattutto risparmio molto eliminando i costi relativi al brevetto e alla sua tutela. Soprattutto, il mio panino potrà migliorare in continuazione, si instaurerà una vera concorrenza fra ristoranti, mentre quelli brevettati saranno sempre identici a se stessi.

 

Spesso ci si chiede come un software libero possa essere migliore di un costoso e blasonato software commerciale. È molto semplice: è lo stesso motivo per cui uno spaghetto alla carbonara consumato in una trattoria a Trastevere è probabilmente molto più gustoso di un panino brevettato di una catena di fast food.

 

Ecco perché per esempio se volete studiare la grafica 3D e produrre un vostro film in stile Pixar, potete tranquillamente usare un software libero e potentissimo come Blender invece di comprare costosissimi software che fanno anche meno cose di Blender. Ma la Blender Foundation guadagnerà molti soldi dall’uso che farete del loro software: condividerete la conoscenza, probabilmente contribuirete nel migliorarlo anche solo scrivendo qualche guida o individuandone punti da migliorare, diffonderete il nome del software, produrrete contenuti che implicitamente pubblicizzeranno Blender. E così la Blender Foundation riceverà donazioni, o verrà chiamata da ditte commerciali per corsi, installazioni e modifiche ad hoc, con lauta ricompensa economica.

 

E così, GNU/Linux si diffuse anche fuori dalle università e dai server, diventando il sistema più usato del mondo. Magari non lo sapete, ma usate GNU/Linux tutti i giorni: esso è installato sul vostro smartphone Android, nel vostro televisore, nel vostro microonde, nella centralina della vostra auto, nel gestore di programmi della vostra lavatrice, nel sistema che fa funzionare Facebook, nel motore di ricerca quando fate una ricerca su Google… In particolare, Google usa quasi esclusivamente software libero ed è diventato un impero economico di dimensioni impressionanti usando – pur tra alti e bassi e qualche incidente di percorso – il più possibile software a codice libero.

 

“Libero” insomma non è sinonimo di “gratis”. In inglese purtroppo le due parole usano lo stesso vocabolo (“free”) e quindi si è diffuso il luogo comune per cui GNU/Linux e il software libero siano solo una cosa per hobby e non professionale. È l’esatto contrario e Stallman cercò di spiegare la differenza con la celeberrima frase “free as in freedom, not as in free beer” (“free” come nella parola “freedom” che vuol dire “libertà”, non come nella locuzione “free beer” che vuol dire “birra gratis”).

 

GNU/Linux ha avuto poca diffusione negli anni solo sui desktop, cioè sui PC che usiamo noi poveri mortali in casa per l’uso di tutti i giorni. Oltre a fattori puramente commerciali come un markerting estremamente pervasivo e gli accordi fatti con i produttori di computer per far trovare Windows già a computer nuovo compreso nel prezzo, un fattore determinante nella poca diffusione dei sistemi liberi sui computer desktop è indubbiamente la poca facilità d’uso di GNU/Linux fino a qualche anno fa. I sistemi liberi infatti richiedevano molta sapienza da parte dell’utilizzatore, da cui spesso il luogo comune per cui “Linux è per programmatori”. In realtà alcuni software liberi cominciarono a essere facili da usare, e si sostituirono pian piano a quelli proprietari, ma sempre all’interno di sistemi operativi chiusi come Windows e MacOS X di Apple. È il caso di Firefox che ormai ha sostituito Internet Explorer, e di VLC che ha ormai sostituito Windows Media Player. Magari molti non lo sanno, eppure questi sono software liberi, trasparenti, con licenza GPL.

 

Poi accadde un altro punto di svolta: qualche anno fa un miliardario filantropo sudafricano, famoso per il suo apporto al partito di Mandela e per aver viaggiato da turista a pagamento sullo Shuttle, Mark Shuttleworth, appassionato di informatica e utilizzatore di GNU/Linux, pagò tanti sviluppatori per “rendere Linux umano”. Questi lavorarono per un paio d’anni prendendo come base Debian (una variazione di GNU/Linux estremamente versatile e libera) e trasformandola in un sistema a prova di bambino. Nacque così una versione – o meglio una “distribuzione” per usare la terminologia corretta – di GNU/Linux molto molto semplice da usare, a detta di moltissimi anche più di Windows, che prese il nome di “Ubuntu”, che in africano è poi una parola che sottende una filosofia ben precisa, tipicamente africana, per cui un essere umano non esiste se non “in condivisione” con gli altri esseri umani: l’umanità come condivisione dei singoli esseri umani, “io esisto solo in quanto esisti anche tu”. Un nome perfetto per la filosofia del software libero.

Da quel momento, nacquero versioni di Ubuntu ancora più semplici o più veloci o per ogni tipo di esigenza (quando sentite Xubuntu, Lubuntu, Ubuntu Studio, Linux Mint e tanti altri, si tratta soltanto di piccole variazioni di Ubuntu adattato ad esigenze diverse). Da allora, a rallentare la conquista dei desktop da parte di GNU/Linux, ci si provano soltanto accordi commerciali spesso ben oltre i limiti della legalità, marketing selvaggio, limitazioni arbitrarie imposte a certi dispositivi hardware che ti obbligano a comprare un certo programma non libero o un certo sistema operativo non libero, e via dicendo. Ma pian piano, grazie alle mille fondazioni che ruotano attorno al software libero, a spazi di informazione come questo, a ditte come Google, Red Hat Enterprise e Canonical, al lavoro di milioni di professionisti e di appassionati, GNU/Linux è diventato comune anche sui desktop e il software proprietario per la prima volta dopo un’era di incontrastato potere sta barcollando vistosamente, perso in battaglie legali costosissime su violazioni di brevetti (vedi le ultime titaniche lotte tra Apple e Samsung) e nel mantenimento di uno status quo sempre più difficile da mantenere grazie alla maggiore informazione che arriva a consumatori sempre più coscienti dei propri diritti.

 

Oggi il maggior vantaggio nel passare a sistemi liberi, sembra essere quello economico. Un privato può risparmiare tranquillamente le centinaia di Euro di licenza di Windows e di MS Office utilizzando software libero come Ubuntu e Libreoffice, per esempio, o evitare il patema d’animo della paura di essere scoperti dalle Fiamme Gialle mentre si utilizzano migliaia di Euro di programmi crackati (ossia, da un punto di vista prettamente fiscale, rubati). Una ditta può eliminare in un sol colpo svariate centinaia di migliaia di Euro al mese di licenze, a fronte di un costo decisamente minore di formazione del personale e di assistenza in loco da parte di ditte che fanno manutenzione e personalizzano il software libero, o assumendo uno o più informatici permanenti in azienda. Alcune aziende sono ancora purtroppo legate a contratti capestro con software proprietari la cui revoca della licenza produrrebbe l’effetto di fermare i macchinari o interrompere l’intera amministrazione, e questo è purtroppo un effetto diretto di scelte poco oculate da parte dei manager. Ai tecnici informatici che vengono interpellati per studiare un passaggio al software libero, viene spesso contrapposto dai proprietari e amministratori di aziende il luogo comune per cui una cosa “gratis” è sicuramente poco affidabile e di scarsa qualità rispetto a una costosa e col nome famoso: un classico per gli informatici è quello di formulare perizie che dimostrano come il passaggio al software libero sia proficuo per poi vedersi bocciare la perizia dallo stesso committente, e solo in base a pregiudizi e leggende metropolitane.

 

Un altro vantaggio fondamentale di GNU/Linux è che esso è più sicuro, ed esente da virus. Il motivo è tecnico, e riguarda la sua struttura intima, che ha una gestione dei permessi e dell’accesso alle aree sensibili fatto apposta per evitare intrusioni e manomissioni. Si sente purtroppo dire in giro ogni tanto che la mancanza di virus sia dovuta alla scarsa diffusione di GNU/Linux ma, alla luce di ciò che abbiamo scritto fin ora possiamo immediatamente capire come tale affermazione sia del tutto l’opposto: GNU/Linux è il sistema più diffuso in realtà, nelle banche, nelle università, ovunque, e se si potessero scrivere virus per GNU/Linux i criminali di tutto il mondo non cercherebbero di fare altro che questo, visto che i dati più succulenti e redditizi (vedi: i numeri di tutte le carte di credito di tutte le persone del pianeta) stanno su computer GNU/Linux.

È noto che GNU/Linux è molto difficile che si “inchiodi”, che rallenti, che debba essere riavviato, che occorra formattare il computer ogni sei mesi, che funga da diffusore di virus e che venga spiato. Questa estrema sicurezza e affidabilità è dovuta sia come dicevamo alla struttura interna sia al fatto che, essendo il sistema completamente trasparente, chiunque lo manomettesse verrebbe immediatamente individuato. Milioni di persone nel mondo lavorano alla modifica continua del codice di GNU/Linux per migliorarlo, per renderlo più efficiente, più veloce, più sicuro, esattamente come da migliaia di anni nelle cucine di tutto il mondo milioni di persone – chi per hobby chi per dovere chi dietro compenso – lavorano silenziosamente per migliorare e affinare le ricette dei piatti che troviamo sulla tavola ogni giorno.

 

Ma il vantaggio fondamentale di GNU/Linux rimane la filosofia che ne sta alla base: la condivisione della conoscenza. Il concetto per cui la proprietà intellettuale non deve mai confondersi con il monopolio intellettuale. Si suole dire: se io ho una mela e ti do la mia mela, alla fine io rimango a stomaco vuoto e tu mangi la mia mela, ma se io so qualcosa e te lo insegno, abbiamo entrambi tale conoscenza.

Ecco perché appare inspiegabile il motivo per cui nelle Pubbliche Amministrazioni, nei governi e in tutto ciò che dovrebbe avere a che fare con la trasparenza e il pubblico, in molti casi non si utilizzino sistemi liberi. In realtà, come sempre, il problema è legato alla politica, allo scarso peso che si dà all’informatica, alla generale disinformazione della classe politica su tematiche piuttosto moderne come i diritti digitali. Solo per fare un esempio italiano, si cominciò a passare tutto il Parlamento a GNU/Linux, ma poi cambiò governo e un ministro azzerò tutto e fece un contrattone con Microsoft, senza gara d’appalto peraltro. Molte associazioni e fondazioni chiesero al Ministro (nello specifico: Brunetta) di rendere conto di tale mossa, spiegandogli tutto quello che stiamo scrivendo anche in questo articolo. Il Ministro rispose seccato dicendo che gli informatici non avevano capito nulla, e che le licenze di Windows erano… gratis! Anche lui quindi dimostrò di non aver assolutamente capito la differenza tra “libero” e “gratis” e soprattutto di non essersi degnato di studiare un minimo l’argomento prima di legiferarci sopra.

Se questo avviene nelle alte sfere, potete immaginare il caos che regna nelle amministrazioni locali e regionali, tra dati pubblici coperti da copyright all’insaputa delle stesse amministrazioni, dati privati messi in rete come pubblici, dati personali venduti a multinazionali e tenuti segreti a chi avrebbe il diritto di gestirli, e via dicendo.

Un solo piccolo passo avanti è stato fatto: prima a livello nazionale, poi in qualche Comune, una clausola che obbliga l’Amministrazione a “valutare anche l’alternativa del software libero” quando si appalta qualche servizio informatico. È molto poco, ma è già qualcosa. Troppo poco rispetto all’amministrazione Obama per esempio, che ha organizzato tutta la campagna elettorale solo con computer Ubuntu certificati, o l’Accademia Cinese delle Scienze che è passata al software libero di Red Hat Enterprise (ribattezzata per l’occasione “Red Flag”) ormai dal 2007.

 

Passiamo alla pratica: il miglior modo per entrare nel mondo di GNU/Linux è quello di provarlo, senza intaccare di un solo bit il nostro computer. Basta andare sul sito della distribuzione Linux che ci ispira maggiormente (la più diffusa è Ubuntu: www.ubuntu-it.org) e masterizzarla su un CD o addirittura copiarla in una chiavetta USB tramite uno speciale programma libero e gratuito che si chiama “Unetbootin”. Basta quindi accendere il nostro PC con la chiavetta o il CD già inseriti, che il sistema operativo GNU/Linux partirà da solo, senza installarsi, già tutto funzionante senza bisogno di installare programmi e driver. Se poi ci piace e vediamo che è perfettamente compatibile col nostro PC possiamo premere un tasto “Installa” e decidere se cancellare per sempre il sistema precedente o tenerlo affiancato, in modo che ad ogni avvio ci chieda se vogliamo partire con GNU/Linux o con l’altro.

 

L’assistenza poi è immediata e gratuita: esistono migliaia di forum, blog e addirittura chat in tempo reale tra appassionati che si scambiano informazioni in rete e che danno assistenza gratuita. In ogni città poi c’è un “Linux User Group” i cui membri si incontrano ogni settimana per dare assistenza, rigenerare PC usati da dotare di Linux e donare alle Onlus, fare corsi per principianti e per professionisti. Sempre all’insegna della libertà di circolazione della conoscenza.

Altro su Stefano Droghetti

Informatico, insegnante, video maker, musicante, appassionato di scienza e metodo scientifico, di software libero e di cultura dell'Estremo Oriente.

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